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22 novembre 2012 4 22 /11 /novembre /2012 17:37

mario renna2Aveva raccontato la missione di sei mesi con gli Alpini in Afghanistan nel sul libro"The Ring Road"(vedi l'articolo su questo stesso blog). Il Maggiore Mario Renna portavoce del contingente italiano e della Brigata Taurinense, è tornato in Afghanistan, di nuovo in missione, e racconta i cambiamenti avvenuti nel paese nella sua"Cartolina da Kabul"per il quotidiano "La Stampa".

Cartolina da Kabul

Mancavo da Kabul da quattro anni e a prima vista è aumentato il traffico che già era snervante. Per le strade regna una certa anarchia, contro cui i poliziotti al centro di ogni incrocio possono poco. Fischiano a intermittenza e agitano le palette solo a infrazioni fatte, come gli ingressi contromano nelle rotonde e i sorpassi noncuranti a destra (correttamente a sinistra per chi viaggia contromano, però).

 

Gli ingorghi consentono di osservare decine di palazzi nuovi, diverse e gigantesche 'wedding houses', locali dove devono celebrarsi sontuose (immagino) feste nuziali. Saltano agli occhi negozi di cellulari, mobili, e sanitari (perlopiù) ai quali si aggiunge una ridda di bancarelle rudimentali che vendono merce di stagione assai disparata: oggi ho visto pomodori (insolitamente grandi), spremuta di limone, mattoni e putrelle (mi chiedo che fine farà la merce a fine giornata: sono quintali di roba che dubito verranno spostati), libri di scuola, magliette di cotone, boxer e mutandoni, ricariche telefoniche (di tre diversi operatori). Sono aumentati di numero anche i ristoranti, anche quelli 'esotici' come la pizzeria 'Milano' (il cliché 'Bella Napoli' non ha prevalso, stavolta).

 

Lo spazio che non è occupato dalle macchine (quasi tutte Toyota Corolla di ogni modello ed epoca: su cento da me contate, più di 90 erano Corolla) è riempito da gente che trascina carretti pieni di rami secchissimi, ragazzini a cavalcioni di asini magri, donne con prole al seguito (le bimbe con un bel velo bianco sul capo che le rende eleganti), uomini seduti per terra ad osservare il caos lento della strada, posti di blocco un po' indolenti di polizia ed esercito davanti a edifici pubblici squadrati, i quali recano scritte in dari verniciate a mano con traduzione in inglese: "Academy of Sciences", "Attorney General" o "The Afghan National Bank".

 

Rispetto a quattro anni fa, i cartelloni pubblicitari si sono moltiplicati come funghi, alcuni di chiara fattura occidentale riconoscibili per i marchi (Nestlé e Coca-Cola, tanto per dire), altri invece di carattere locale, spesso incomprensibili perché difettano di immagini e foto.

Anche davanti a una moschea, ne hanno piazzato uno bello grosso che si nota eccome (alimenti per bambini, credo). C'e' pure una bibita energizzante: "Devil", si chiama.

Vicino all'università' si vedono in circolazione moltissimi giovani di ambo i sessi e c'è un libraio all'aperto che vende testi appesi alla ringhiera del parco - dove spiccano alberi alti e secchi rivestiti di polvere - di fronte all'ateneo che invece e' messo abbastanza bene. I libri in vendita sono in realtà fotocopie ben fatte degli originali: i diritti d'autore non sono la priorità numero uno.

 

Tutto questo per dire che esistono moltissimi spunti di eccezionale vitalità, un indaffararsi costante e variopinto fatto di commerci e business di piccolo cabotaggio (compreso quello dell'elemosina che colpisce soprattutto quando in mezzo a queste arterie trafficatissime ci sono donne col burqa che mendicano sedute proprio al centro della strada con uno o due bambini piccoli che strillano a vuoto in mezzo al frastuono di motori e claxon).

Non sembra esserci tensione nell'aria, non quella che si percepisce forse in occidente che pure ogni tanto (ma abbastanza di rado) fa capolino con un'esplosione improvvisa – attentati o regolamenti di conti - a cui la gente del posto forse è più rassegnata che abituata.

 

Insomma Kabul è disordinata ma viva; la presenza occidentale ha dato linfa a un'economia ferma, che ora si basa essenzialmente sul commercio, dando impulso anche alla costruzione di strade e infrastrutture , che sono il prerequisito per far decollare l'industria. Una delle sfide per l'Afghanistan sarà infatti quella di inventarsi un futuro economico e una mentalità orientata alla produzione. Eventuali investitori – che non mancano – non faticheranno a qualificare una manodopera molto ingegnosa: a Kabul già si fabbrica, si ricicla e si ripara di tutto. Con pochi attrezzi e molto talento.

Magg. Mario Renna, Comando Brigata Alpina Taurinense 

 

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Published by Alessandra C. - in Afghanistan
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